- Dopo 31 anni di missione tornando in Italia trova qualche disagio?
Non penso di trovarmi tanto a disagio, anche perché negli ultimi 19 anni sto in India e dall’ India torno ogni anno in Italia e qui posso incontrarmi con i miei confratelli, con i miei compaesani e con i miei familiari. Ogni tanto fa bene anche uno stacco dal proprio lavoro all’ estero e confrontarsi anche con la propria cultura e con le nuove idee; E’ bello poter fare anche animazione missionaria nella propria terra e fare da ponte tra popoli e culture diverse. Il grande interrogativo che attualmente mi pongo è il seguente: cos’è la ricchezza e cos’è la povertà… Trovo tanta ricchezza di valori proprio nei posti e nelle persone che noi riteniamo più poveri… e tanta povertà di valori dove c’ è tanto benessere… - Come inizia la vocazione di P. Lipari?
Sono nato a San Teodoro, un piccolo paese di montagna, della provincia di Messina, da una famiglia di contadini, ma dove si viveva un grande amore familiare e si viveva un’ intensa vita di fede. Mi attraevano soprattutto le figure di sacerdoti e religiose che stavano con noi ragazzi. Vedevo le persone molto impegnate nel lavoro dei campi ma queste persone dedicavano del tempo per noi ragazzi… Mi attraeva il loro sorriso, la loro gioia… Lo studio del catechismo non mi era affatto pesante… Mi piaceva fare il chierichetto… Il giorno della mia I Comunione chiesi al Signore di voler essere sacerdote e finita la V elementare entrai in Seminario. Riconosco che ero molto giovane ma volevo essere sacerdote e perciò la vita del Seminario non è stata per niente difficile per me, anche se naturalmente la decisione finale ha comportato una riflessione molto più matura e sofferta che il semplice entusiasmo di ragazzo. Ho studiato a Messina, a Firenze, a Napoli e a Roma fino alla mia Ordinazione Sacerdotale avvenuta in Piazza San Pietro il 29 Giugno del 1975, per le mani di Sua Santità Paolo VI. Eravamo 359 nuovi sacerdoti provenienti da tutte le parti del mondo. In quel giorno in maniera speciale sentii che il mio sacerdozio apparteneva a tutto il mondo e perciò ho dato la mia disponibilità ai miei superiori di andare in Missione, anche all’ estero. - Nel contatto avuto in questi anni con tante diversità quale l’ha maggiormente colpito?
Ricordo una frase che nell’ ultima lezione all’ Università del Laterano ci disse un insegnante: la virtù dell’ educatore della nostra epoca è l’adattabilità. Oggi capisco la verità di quell’ affermazione. In mezzo a tante diversità di luoghi, di persone, di culture e di situazioni è necessario un grande spirito di adattamento. Le differenze non ci devono fare paura perchè diventano come delle risorse nuove che arricchiscono la nostra stessa esperienza e ci permettono di vivere meglio. Mi ha colpito per esempio la grande differenza tra la cultura e la maniera di vivere dei Brasiliani e quella degli indiani dell’ India. Due maniere di vivere diverse ma contenenti entrambi dei valori umani e spirituali molto forti. La vivacità della Chiesa brasiliana per esempio, la sua organizzazione, il grande coinvolgimento del laicato cattolico nell’attività pastorale è qualcosa che ha da dire tanto anche alla nostra attività pastorale italiana… D’altra parte, la grande spiritualità indiana, la valorizzazione della meditazione, della riflessione e la grande religiosità familiare hanno da dire anche tanto alla nostra cultura occidentale… - Nelle sue missioni è stato variamente impegnato. Quale elemento è prevalso tra l’assistenza ai poveri, l’evangelizzazione e la promozione vocazionale?
Sia in Brasile che in India ho lavorato nella formazione dei seminaristi e nell’ educazione scolastica ma sia nell’una che nell’altra nazione, sono stato attratto molto dai mondo dei poveri e dei minori. Ho creduto sempre che il nostro messaggio migliore è quello della carità ispirata all’amore di Cristo. Naturalmente la carità non si esprime solo attraverso l’aiuto materiale ma specialmente attraverso la formazione umana, intellettuale e spirituale dei poveri e dei minori.. La promozione vocazionale più efficace credo sia stata la gioia del servizio alla Chiesa ed ai poveri. Non credo tanto alle altre propagande vocazionali. Quando vado nelle varie diocesi o parrocchie non chiedo se ci sono delle vocazioni ma se ci sono degli orfani, delle famiglie in gravissime difficoltà che possiamo aiutare. - Della missione in Brasile cosa le è rimasto dentro?
Lo spirito di Comunione e di partecipazione della Chiesa Brasiliana e la vivacità dei movimenti. Mi ha particolarmente colpito l’ azione dei vescovi, sacerdoti e laici a favore delle classi più povere. Ricordo con molto piacere la vita delle Comunità Ecclesiali di base, dove anche le persone meno istruite prendevano coraggio per esprimere e difendere le loro idee… - Che volto ha la povertà dell’India?
Credo che non sia solo una constatazione personale ma piuttosto una evidenza che la povertà dell’ India ha il volto della dignità. Il povero dell’ India, anche in situazioni molto difficili, ci tiene tanto alla propria dignità, sa occupare solo lo spazio che gli è sufficiente, non è invadente, mantiene le proprie tradizioni, la propria religione e sa fare degli atti eroici per la salute dei propri familiari… basta fare qualche esperienza in un Ospedale, in occasione di grandi Operazioni Chirurgiche… Non ne parliamo per quello che si fa in occasione dei pellegrinaggi ai santuari o templi… La grande solidarietà delle famiglie si esprime soprattutto in occasione di malattie o dei matrimoni, per il pagamento della dote di figlie o nipoti.. - Quali elementi emergono in un giovane che si sente chiamato alla vita sacerdotale o religiosa?
In genere i candidati alla vita religiosa o sacerdotale provengono da famiglie che vivono un’intensa vita cristiana. La recita del S. Rosario e la lettura di alcuni passi della Bibbia è una prassi consolidata in tutte le famiglie cristiane. Nei villaggi le famiglie in genere hanno l’orario della preghiera, stabilito dai loro parroci. L’ insegnamento del catechismo è il fiore all’ occhiello delle Parrocchie indiane e generalmente sono i Parroci che seguono i ragazzi e li indirizzano ai Campi Vocazionali Diocesani o presso gli Istituti religiosi. Uno stragrande numero di vocazioni proviene dai chierichetti che affollano le varie Parrocchie. La sincerità, la preghiera, l’impegno e lo spirito di iniziativa sono tra gli elementi emergenti tra i candidati al sacerdozio. - Presso le popolazioni delle sue missioni come è vista la figura del sacerdote?
In Brasile prevaleva l’immagine del sacerdote come leader e animatore della società. Il sacerdote era sempre in prima linea nella liturgia come nella sfera sociale. In India, in un paese multireligioso, quello che più mi ha colpito è l’immagine del sacerdote come Maestro e del religioso in genere come servitore… L’abito religioso, chiunque lo indossi, è un abito che va rispettato perché indica che quella persona è una persona consacrata a Dio e a servizio della gente… E’ un abito per il quale anche le persone delle altre religioni hanno tanto rispetto… - Quale è stata la difficoltà più seria avuta fuori dall’Italia?
In Brasile, il fatto di non avere avuto una preparazione specifica e di essere entrato subito in piena attività, solo perché non avevo avuto nessuna difficoltà per la nuova lingua. Quando si va in missione il primo passo dovrebbe essere solo quello di osservare e di capire quello che già vi esiste. Solo poi si potrà dare il proprio contributo. Credo che sia molto importante una preparazione previa per l’attività missionaria ed una conoscenza della storia e della cultura della Nazione dove si dovrebbe operare. Comunque, il fatto di far parte di una Congregazione religiosa e di vivere in una comunità mi ha facilitato il compito. Tra confratelli si comunicano più facilmente le esperienze. In india ci sono stati varie difficoltà e non tutte facilmente sormontabili: il clima, il cibo, la lingua, la mentalità e la cultura molto diverse dalla nostra. La difficoltà maggiore attualmente è quella di non avere un visto permanente. - Da qualche anno si dedica a costruire case per i poveri dell’India. Come procede questa esperienza?
Il progetto della costruzione delle case per i poveri è iniziato con l’ Anno Santo del 2000, quando abbiamo lanciato la campagna “100 case per il 2000”. Il costo di una casetta con due stanzette, una hall, bagno e cucina si aggira allora intorno a € 2500,00. Dato che da tempo abbiamo iniziato il programma delle adozioni a distanza ed i bambini vivono nelle famiglie, noi cerchiamo di destinare una parte del denaro per lo studio e salute del bambino ed un’altra parte la riserviamo per un progetto particolare della famiglia: pozzo, energia elettrica, servizi igienici o addirittura per la compra di un pezzo di terra o per la costruzione della casa. Spesso, unendo il contributo della famiglia (quando è possibile), il contributo del benefattore del bambino adottato ed il contributo del Municipio (specie nei casi di assoluta povertà), siamo riusciti a realizzare il progetto casa. Gli aiuti esterni ricevuti dai vari benefattori ci hanno permesso di poter integrare la somma mancante per la costruzione delle case. Attualmente le case costruite sono più di 150. Ogni anno fissiamo la costruzione di una ventina di nuove case. I benefattori degli stessi bambini adottati a distanza ci stanno aiutando. - A seguito degli aiuti alle popolazioni dell’India ci sono anche risposte sul piano della evangelizzazione?
Certamente abbiamo avuto delle bellissime risposte ma quello che per noi missionari importa è la stessa novità di Cristo: che giunga a tutti, a partire dai più poveri il messaggio che Dio non si è dimenticato di loro ma che li vuole bene. Sono molte le famiglie che dopo questo aiuto hanno avuto dei notevoli cambiamenti in positivo per la vita morale e spirituale. Ai giovani vengono offerti corsi di formazione professionale e di orientamento vocazionale. Da quest’ anno si organizzano corsi di formazione per le famiglie dei bambini adottati. - Lei ha curato anche le vocazioni nel seminario di Aluva. Ha raccolto dei frutti finora?
Senz’altro la cosa più bella è che la nostra Missione è stata benedetta da Dio con il dono delle vocazioni. Da quando nell’anno 2000 abbiamo avuto i primi 2 sacerdoti, ogni anno se ne sono ordinati dei nuovi e attualmente abbiamo 11 sacerdoti e 3 diaconi che in breve riceveranno l’Ordine del Presbiterato. Abbiamo inoltre, nei 3 seminari una settantina di seminaristi e una ventina di religiosi, a cammino verso il sacerdozio. Una vera benedizione di Dio. La cosa più bella è che in ogni casa funziona anche un centro di ascolto e accoglienza per i poveri e che i nostri religiosi e seminaristi sono impegnati nel servizio della carità. Il nostro fondatore Sant’ Annibale Maria Di Francia metteva in risalto proprio queste due dimensioni: Dio e la preghiera, il prossimo e la carità. - Come reagiscono le autorità indiane alla presenza dei missionari cattolici?
Diciamo che l’ India ha un grande rispetto per i sacerdoti e religiosi e per la Chiesa cattolica. E’ un paese laico e pertanto non fa particolarità. Nella regione del Kerala in maniera speciale esiste un grande rispetto tra le varie religioni e, tranne qualche rarissima eccezione, non si vivono problemi particolari. I problemi comunque non sono mai derivati dal Governo ufficiale ma da qualche fanatismo. Una grande libertà di movimento godono il clero ed i religiosi autoctoni. - Cosa gli ha insegnato l’esperienza della chiesa indiana?
Mi ha insegnato che quando c’ è una grande collaborazione fra la Gerarchia e le Istituzioni parrochiali e religiose, si può andare molto lontano nella evangelizzazione e nella realizzazione dei piani pastorali. Mi ha insegnato che vale la pena investire molto sulla catechesi dei bambini e degli adulti e sulla vita spiritualità familiare. Nelle parrocchie, impressiona la forza dei laici nell’ amministrazione parrocchiale e l’ attività delle unità familiari “family units”, un tipo di Comunità ecclesiali di base. - P. Vito ha qualche progetto nascosto nel cassetto?
Da alcuni anni ho cominciato il Progetto delle adozioni a distanza e attualmente oltre 1300 bambini indiani hanno la possibilità di studiare, di curare la propria salute, di comprare un pezzo di terra e di riparare o costruire la propria abitazione. Con gioia i miei confratelli ed io stiamo facendo da ponte tra le famiglie indiane ed i loro benefattori, con messaggi, traduzione di lettere, invio di foto ecc… ogni anno tre o quattro nuovi villaggi stanno avendo la possibilità di essere raggiunti da questo programma, con l’adozione a distanza di una trentina dei bambini più poveri di ogni villaggio. Ricordo che circa 700 di questi bambini adottati sono orfani di almeno uno dei genitori. Moltissimi sono i bambini disabili o appartenenti a famiglie che vivono in terreni del demanio pubblico. Mi piacerebbe continuare questo lavoro sia quando sto in India che quando mi trovo in Italia, come in questo momento. Vorrei dare a tanti altri bambini e alle loro famiglie una speranza di un futuro migliore. Se un giorno dovessi rientrare in Italia, mi piacerebbe lavorare soprattutto con i poveri che si trovano in Italia e specialmente con il grande mondo degli immigrati. Avendo conosciuto molte delle loro terre e delle loro situazioni, ed essendo stato io stesso emigrante, anche se da missionario, mi sento molto più in grado di poter essere vicino a loro nelle loro difficoltà. Mi piacerebbe soprattutto coordinare quel mondo grande del Volontariato che esiste in Italia. |